Parlare della propria vita significa entrare nei propri ricordi, cioè “riportare al cuore” ciò che si è vissuto.
Nel mio cuore sicuramente ha un posto rilevante la mia parrocchia, lì dove sono cresciuto e mi sono formato.
Tutto ha inizio con il mio battesimo, giorno in cui sono diventato figlio di Dio; quel giorno (anche se non lo ricordo direttamente) il parroco disse che sarei diventato sacerdote. Tutti risero perché effettivamente era troppo presto per capire cosa avrei fatto della mia vita.
Crescendo, mi sono reso conto che una persona molto cara, mio nonno Michele, aveva deciso di spendere il suo tempo per la cura di quel luogo. Presto ho scoperto che quella per me era diventata una casa, ricca di relazioni e di amore. Le tappe più bella della mia infanzia e della mia adolescenza hanno come sfondo questo luogo che da casa, costruita con i mattoni, è diventata famiglia, cioè un insieme di volti e di storie.
Ad un certo punto della mia vita gli impegni in parrocchia aumentavano, ma avevo bisogno di cercare la motivazione che mi spingeva a spendere così tanto tempo e tante energie. Così, chiacchierando con il mio parroco, chiesi a lui se era d’accordo a farmi fare l’esperienza del seminario. Disse di no! Fu una delle esperienze più brutte della mia vita, perché avevo visto frantumare il mio sogno proprio nel luogo dove avevo cercato di costruire la mia vita. Qui però è nata la mia vocazione, perché ho scoperto che l’essere prete non era solo la motivazione di fondo del mio impegno in parrocchia, ma è anche l’essere Padre di una comunità. Ho riassaporato il mio impegno, cioè l’essere a servizio di una famiglia, che a volte richiede fare qualcosa che non sappiamo fare o che non vogliamo fare. Ho scoperto che Dio voleva da me che incontrassi Lui nella vita della mia comunità.
Oggi posso dire che quello che sono e quello che diventerò in futuro sarà il frutto della mia prima comunità. Lo dico in maniera convinta: la comunità ci educa e ci forma. Essere chiesa non vuol dire solo essere un insieme di persone, ma prendersi cura l’uno dell’altro. Non serve fare tante cose se poi ci dimentichiamo che il nostro compito è prenderci cura dei fratelli della nostra comunità.
La mia storia e la mia scelta sono l’esempio di come Dio ci chiede di porvi accanto e camminare insieme, così come vi ha chiesto di camminare insieme a me. La mia chiamata al sacerdozio è stata preceduta dalla vostra chiamata alla fraternità. Io sono il frutto di una comunità che ha risposto alla chiamata del Signore di mettersi al servizio del fratello.
Vi ringrazio per quello che siete stati per me, ma soprattutto Dio vi ringrazia per quello che avete fatto per me. A tutti dico: siate servi della comunità e non impiegati di un’azienda; solo nel servizio si scopre la bellezza di una comunità che dona al mondo i frutti dell’amore di Dio.

il vostro Angelo

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